Retribuzioni, quelle italiane sono le più basse tra i Paesi avanzati

Lo evidenzia un rapporto dell'osservatorio Jobpricing sulla situazione dei salari e delle disuguaglianze nel mercato del lavoro italiano

retribuzioni

Negli ultimi 20 anni le retribuzioni dei Paesi emergenti sono triplicate, contro quelle dei Paesi più avanzati che non hanno raggiunto una crescita del 10 per cento. Si va quindi, pian piano, riducendo il divario tra i salari medi delle due categorie anche se le differenze sono comunque significative: se si prende ad esempio, nell’area dell’Ocse, il Messico, ultimo della classifica. La retribuzione media è di 16298 dollari, mentre in Islanda, in testa, è pari a 66504 (la media Ocse è di 46686 dollari). Per quanto riguarda l’Italia la retribuzione media è di 37752 dollari, quindi sotto la media e in fondo alla classifica dei Paesi avanzati.

Il rapporto sulle retribuzioni
I dati fanno parte di uno studio elaborato dall’Osservatorio Jobpricing, per fare il punto sulla situazione delle retribuzioni e delle diseguaglianze nel mercato del lavoro italiano. Come si legge nel report, «sembra abbastanza chiaro (i dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro lo confermano) che salari e produttività siano fortemente correlati e il nostro Paese non fa eccezione: in Italia ad un contesto di produttività stagnante (+0,4 per cento dal 1995 al 2017 contro + 1,6 per cento UE a 28 e +1,3 per cento UE a 15) seguono retribuzioni che sono più basse rispetto alle 5 maggiori economie UE e significativamente al di sotto della media Ocse. Prendendo gli ultimi15 anni, la Germania ha registrato un aumento della produttività e delle retribuzioni rispettivamente del 20 per cento e 15 per cento, mentre in Italia ad una produttività piatta corrisponde un aumento delle retribuzioni inferiore al 5 per cento». Secondo gli autori, inoltre, il problema è dovuto alla struttura produttiva italiana. I livelli di produttività di imprese grandi o medio-grandi sono alla pari o più alti rispetto agli altri Stati europei , tuttavia «questo non basta a colmare la scarsa produttività delle imprese sotto i 50 dipendenti, che costituiscono il 98 per cento del totale delle imprese». Paragonando le aziende del Nordovest e quelle del Mezzogiorno alla media italiana, i salari sono del +12 per cento nel primo caso e -22 per cento nel secondo.

Costo del lavoro
L’analisi sviluppata da Jobpricing prosegue evidenziando come «diversamente da quanto si sostiene, in Italia il costo del lavoro è in linea o inferiore a quello dei nostri concorrenti diretti nella UE e con dinamiche di crescita spesso inferiori negli ultimi 10 anni». Si tratta però di Stati dove le retribuzioni medie sono molto più alte. «Questo sottolinea come sia non giustificata l’idea che sia da imputarsi al costo del lavoro il problema salariale del nostro Paese: il cuneo fiscale (47,7 per cento) è simile a quello di Francia (47,6 per cento) e Germania (49,7 per cento)» come risulta dai dati Ocse (Taxing Wages 2018). A gravare sul costo, si legge, è piuttosto la composizione dell’imposizione fiscale e contributiva.

Problema retribuzioni
Come risulta dallo studio, in Italia si riscontra un problema relativo all’applicazione dei contratti. Nonostante ben il 97 per cento dei lavoratori sia coperto da un ccml (contratto collettivo nazionale di lavoro), non sempre questo viene applicato correttamente. Secondo le stime, tra il 2008 e il 2015 almeno il 10 per cento dei lavoratori sarebbe stato pagato meno del minimo contrattuale con un gap medio superiore al 20 per cento. Il numero delle violazioni si riscontra soprattutto nei settori dove i salari minimi sono più alti. Sono più diffuse nelle piccole imprese nei settori di labour-intensive, al Sud, fra le donne, i giovani tra i 20 e i 29 anni e nel part time. Il report riporta anche i «cosiddetti “accordi pirata” e della proliferazione dei contratti collettivi nazionali, arrivati oggi a 885».

Salario minimo
Per questo motivo, spiegano gli autori «la magistratura, proprio in quanto i ccnl non hanno validità generale, e al contempo non esistendo una definizione legale del salario minimo, a tutt’oggi utilizza i contratti solo come punti di riferimento “orientativi”, ma non vincolanti quando si tratta di definire il giusto stipendio». Se nel nostro Paese venisse introdotto per legge il salario minimo, «i lavoratori che oggi risulterebbero sotto tali soglie potrebbe essere dai 2,2 ai 4,3 milioni di lavoratori, concentrandosi in particolare nelle piccole aziende e nei settori dei servizi alle imprese e manifatturiero».

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