Salute: #ildirittodipassareintesta, campagna Teva sull’emicrania 

Anna avrebbe voluto fare lo chef, Claudia la calciatrice professionista, Giulia la politica e un giorno diventare presidentessa della Repubblica. Sono le tre “storie/non storie” che Teva ha scelto per lanciare la sua campagna #ildirittodipassareintesta, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’emicrania, malattia invalidante troppo spesso sottovalutata per poca informazione. Tre donne diverse unite da un destino comune. Non poter realizzare il proprio sogno fermate dalla malattia. Proprio le donne, infatti, sono le più colpite dall’emicrania cronica, il triplo rispetto agli uomini. 

“Si tratta della prima campagna – spiega Roberta Bonardi, Senior director Business Unit Innovative di Teva Italia e General manager Grecia – per spiegare cosa è questa patologia, una patologia complessa, cronica e invalidante. Bisogna uscire dal paradigma che l’emicrania sia una semplice cefalea, comporta tantissimi effetti negativi sia sulla vita professionale che su quella privata, relazionale e affettiva delle persone”. La campagna sarà veicolata principalmente sui social come Facebook e Instagram e vuole rappresentare un simbolo: quello che le donne ogni giorno potrebbero raggiungere, ma non riescono perché fermate dall’emicrania. La scelta è caduta su tre testimonial femminili proprio perché, come la sclerosi multipla, anche l’emicrania può essere considerata una patologia di genere con una incidenza del 70% dei casi proprio nelle donne. 

“L’obiettivo è proprio quello di togliere questo stigma di emicrania uguale mal di testa, di un lavoratore che la utilizza come scusa perché non ha voglia di lavorare – prosegue Bonardi – Chi è colpito da emicrania cronica soffre molto e ha problemi di assenteismo sul lavoro, problemi nelle relazioni e nella vita di ogni giorno perché ha paura di uscire e con la patologia che possa fare capolino in qualsiasi momento e quindi non si riesce a svolgere una vita normale”. 

 

“Generalmente il paziente emicranico inizia a soffrirne in età adolescenziale e in alcuni casi in età ancora minore – spiega Luisa Fofi, neurologa dell’Irccs San Raffaele Pisana di Roma – e difficilmente ci si rivolge ad un centro cefalee. Solitamente l’arrivo del paziente in un centro cefalee è quindi tardivo quando la patologia è già in fase cronica che significa avere i sintomi per 15 giorni al mese. Ci vogliono circa 7 anni prima di arrivare ad una diagnosi e quindi arrivare ad un centro cefalee, in alcuni casi, anche in Italia, 20 anni prima di arrivare a cure specifiche. Troppo tardi”, sottolinea Fofi. 

La sensibilizzazione e l’informazione dunque sono fondamentali per non confondere l’emicrania con il mal di testa. A partire dai medici di base: “Spesso il medico curante è tagliato fuori. I pazienti non possono riconoscere da soli di che tipo di mal di testa soffrono e non sanno che esistono dei centri cefalee ad hoc che li possono aiutare. Si utilizzano così farmaci da banco e analgesici in maniera massiccia che aiutano la cronicizzazione del problema”. 

Ma anche sul lavoro accade che l’emicrania venga molto spesso sottovalutata, considerata un comune mal di testa, senza che venga dato il giusto peso al problema. Non solo: sul posto di lavoro l’emicrania di un collega viene associata alla poca voglia di lavorare. “E’ uno dei problemi che hanno i nostri pazienti – spiega Edoardo Mampreso, neurologo dell’Asl di Padova – i quali non hanno una diagnosi specialistica e un riconoscimento della malattia, che significa non avere la prescrizione di cure specifiche e adeguate”. Si arriva quindi all’autogestione del problema, alla cura ‘fai da te’ che porta invece alla progressione della malattia.  

“L’emicrania impatta in maniera radicale sulla vita delle persone – continua Mampreso – se noi prendiamo la popolazione femminile dai 18 ai 50 anni vediamo come l’emicrania possa essere considerata la patologia a maggior disabilità per ‘mancanza di vita vissuta’ in maniera adeguata, nel senso che sono molti i giorni vissuti con il dolore e questo ha un impatto devastante”. Difficoltà a programmare le proprie giornate che nella vita lavorativa può significare dover fare delle scelte e perdere delle occasioni, impossibilità di stare al passo con la vita quotidiana che può significare isolamento sociale. “Ci sono casi in cui il paziente si sforza di essere presente nonostante il dolore – commenta Mampreso – questo caso si chiama presenteismo a tutti i costi, ma lo fa a discapito della propria salute”, conclude.