Salute, italiani sempre più anziani. E l’assistenza domiciliare non è per tutti

Secondo la prima indagine sulla continuità assistenziale, presentata dal ministero della Salute, «solo il 2 per cento degli over 65 è stato accolto in residenzialità assistita e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali»

legge 104

Nel 2018 le nascite, in Italia, hanno registrato un nuovo minimo storico, segnando i livelli più bassi dall’Unità. L’Istat rileva, infatti, che i neonati iscritti all’anagrafe sono stati 439.747, con un calo del 4 per cento rispetto al 2017 (-18 mila in valori assoluti). E se da una parte si nasce poco, dall’altra si invecchia sempre di più. Negli ultimi 5 anni gli ultra 65enni sono cresciuti di oltre 800 mila, col risultato che la popolazione anziana nel 2019 è pari a quasi 14 milioni di persone. Un dato che si unisce a quello generale della popolazione in Italia, scesa a 60.359.546 di individui, di cui l’8,7 per cento stranieri, con un calo dello 0,2 per cento su base annua.

Vecchiaia e continuità assistenziale
A questo invecchiamento della popolazione, però, non corrisponde un’assistenza sanitaria adeguata. Secondo la prima indagine sulla continuità assistenziale, presentata dal ministero della Salute, «solo il 2 per cento degli over 65 è stato accolto in Rsa (residenzialità assistita) e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4 per cento degli anziani può contare sull’Adi (servizi di assistenza domiciliare), mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1 per cento». L’indagine è stata curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la direzione generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, e presentata a Roma nel corso della quarta edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine.

Dunque chi si prende cura dei pazienti anziani, quando i problemi da gestire sono tanti,e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al pronto soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.

Best practice
La ricerca si sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitarie locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali. Esperienze regionali, perché la continuità assistenziale è in primis presenza sul territorio, attraverso l’organizzazione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare. Italia Longeva, nella sua indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, si sofferma ad analizzare 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l’importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole Aziende sanitarie.

Il medico protagonista
Nelle buone pratiche di continuità assistenziale analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che però non agisce più come singolo, ma opera in sinergia con altri colleghi (ad esempio nelle Case della salute) e indossa il camice del medico di reparto (come nel caso degli Ospedali di comunità). La collaborazione tra i diversi professionisti facilita il “viaggio” del paziente durante i suoi molteplici contatti con la rete territoriale,sgravandolo dalle incombenze legate a prescrizioni, prenotazioni e liste d’attesa. E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette).

Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati dall’indagine, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

Sinergie pubblico-privato
E a partire dall’analisi dei dati, Fiammetta Fabris, amministratore delegato della compagnia assicurativa sanitaria UniSalute (gruppo Unipol), ha commentato: «E’ indispensabile attivare sinergie tra sanità pubblica e privata per rispondere ai bisogni emergenti». «L’Italia è ai primi posti in Europa, superando anche la Germania, per la crescita dell’indice di vecchiaia. Il rapporto tra gli anziani (65 anni e più) e i giovani (meno di 15 anni) raggiunge quota 168,9 e registra così un nuovo record nazionale (fonte Istat). Un fenomeno che comporta la rapida crescita di pazienti con patologie croniche e in condizioni di non autosufficienza, mettendo a dura prova i costi sanitari nel settore pubblico e in quello privato». «La durata media di uno stato di non autosufficienza – ricorda Fabris – va dai 18 mesi per alcune inabilità di tipo fisico ai 12 anni per deficit mentali come l’Alzheimer, mentre il costo del ricovero in una casa di cura si aggira in media sui 2-3 mila euro mensili. E’ quindi impensabile che i singoli privati o il sistema pubblico si facciano carico integrale, da soli, di una spesa del genere, ma occorre pensare a maggiori sinergie tra sanità pubblica a privata».

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