Sbloccacantieri, la ripresa passa da qui. E anche l’occupazione

La Tav rappresenta uno degli ostacoli più ingombranti da superare, tra pentastellati che non la vogliono e Lega che, invece, spinge per la realizzazione

Quando il “decreto sblocca-cantieri” arrivò in Consiglio dei ministri il 20 marzo scorso per la necessaria approvazione molti credettero alla svolta che avrebbe consentito, finalmente, la ripresa di importati opere pubbliche. Riaperti i grandi cantieri fermi, sarebbe volata di conseguenza anche l’occupazione, ma si è dovuto attendere la fine di maggio perché il decreto con relativi emendamenti approdasse nella Commissione Lavori Pubblici del Senato per il suo iter definitivo. Per renderlo operativo occorrono 16 decreti attuativi, a parte gli onnipresenti intralci burocratici, non ultimo il complicato codice degli appalti, del quale Salvini ha chiesto la sospensione per due anni.

Conti alla mano
La cifra inizialmente in ballo è notevole: 53 miliardi di euro relativi a 555 opere, di cui 70 in parte addebitabili a inerzia dello Stato. Il governo, per accelerare l’inizio di alcuni lavori, conta di inserire nel decreto un pacchetto di opere da affidare a commissari straordinari, con poteri decisionali tali da superare ostacoli e pastoie, ma il buon proposito rischia di essere compromesso dalle divisioni fra Lega e M5S sulle infrastrutture strategiche. Certo, la batosta elettorale subita dai grillini dovrebbe avere attenuato la loro naturale tendenza a dire no a quasi tutto, ma le differenze in materia fra i due alleati non sono svanite.

La Lega punta ad aprire cantieri soprattutto al Nord
In primis la Tav (8,6 miliardi di euro), poi la gronda di Genova (5 miliardi), l’alta velocità ferroviaria fra Brescia e Verona (1 miliardo 900 milioni di euro), il sesto lotto della Milano-Genova (833 milioni) più investimenti per modernizzare la SS39 del lago di Como e la SS72 di Lecco. Per il M5S il ministro Toninelli ha messo in elenco il potenziamento della Fortezza-Verona per il nuovo valico ferroviario del Brennero (5 miliardi di euro), il raddoppio della Codogno-Verona-Mantova (340 milioni), l’intervento sul nodo ferroviario di Genova (620 milioni), l’ammodernamento della Gallarate-Rho (723 milioni) e ha pensato anche al Sud dove intervenire sulla linea ferroviaria Ferrandina-Matera (265 milioni di euro), sulla ferrovia fra Palermo e Trapani (34 milioni), sulle arterie stradali Alghero-Sassari (137 miloni) e Maglie-Leuca, in Puglia (330 milioni). Naturalmente l’elenco è lungo, a conferma dell’immobilità che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni i governi di centrodestra e centrosinistra, per non parlare dei cosiddetti tecnici. Ora pare che si voglia invertire la rotta, anche mettendo in piedi, come propone Toninelli, una società inhouse del ministero delle Infrastrutture che si sostituirebbe a quelle inadempienti in fase di progettazione e realizzazione, anche per evitare la restituzione dei fondi comunitari. Da aggiungere, dopo le grandi opere, le manutenzioni dell’esistente, che languono da decenni.

Investimenti, monitoraggio, progettazione
Ma non finisce qui, perché nella partita dovrebbero intervenire altri tre soggetti: Investitalia per coordinare investimenti pubblici e privati; Strategia Italia per monitorare lo stato di attuazione delle opere, sostenuta da un decreto attuativo approvato il 16 aprile scorso; Nuovo Genio Civile che nascerà presso il Demanio come struttura di progettazione ma non di realizzazione, con 300 addetti in 8 unità territoriali. E qui la situazione potrebbe complicarsi, perché quando sono troppi i galli nel pollaio in genere le galline, che alla fine fanno le uova, finiscono con l’essere meno produttive.

Come si vede, il “decreto sblocca-cantieri” non è che stia per essere sbloccato appena si svolta l’angolo, anche perché la Tav rappresenta uno degli ostacoli più ingombranti da superare. Essa investe la credibilità politica sia dei grillini, che non la vogliono, che della Lega, che vuole completarla a tutti i costi. Ma il capitolo opere pubbliche va una volta per tutte affrontato e risolto. L’Osservatorio dell’Ance (i costruttori edili) calcola che entro il 2035 sarebbero 530 i miliardi di euro che si perderebbero se lo Stato non realizzasse le opere già programmate.