Senza dimora, l’importanza del volontariato per italiani e stranieri

Dalle iniziative della Caritas per i meno fortunati, allo studio che fotografa i numeri del volontariato straniero nel nostro Paese

Sensibilizzare sul tema della povertà estrema. È questo l’obiettivo che ha portato alla nascita della manifestazione “La notte dei senza dimora”, organizzata dalla Caritas di Vicenza. L’evento è stato promosso in collaborazione con i Comuni e le Case di accoglienza della Rete territoriale di inclusione sociale insieme a una serie di istituzioni, cooperative e associazioni a livello territoriale. L’iniziativa propone serate di sensibilizzazione, informazione e condivisione che siano legate dal tema della povertà estrema e dell’esclusione sociale. «Con queste iniziative – spiega in una nota il direttore della Caritas diocesana vicentina, don Enrico Pajarin – vogliamo far conoscere il dramma di molte persone senza dimora, che si ritrovano a vivere in strada, senza un tetto sotto cui ripararsi, a cui segue la perdita della residenza e della carta d’identità, del medico di base e dell’accesso alle cure sanitarie e, di conseguenza, la perdita di ogni altro diritto civile, compreso il diritto al voto e addirittura, come si desume da alcuni fatti di cronaca, il diritto alla vita».

Volontariato straniero
Non sono soltanto gli italiani a scegliere di dedicare parte del proprio tempo a chi è meno fortunato. L’impegno in attività di volontariato da parte di immigrati nel nostro Paese è stato fotografato dallo studio, “Immigrati e volontariato in Italia”, realizzato per CSVnet dal centro studi Medì di Genova. L’identikit che emerge dalla ricerca è quello di volontari pienamente inseriti nella società, istruiti e prevalentemente donne, per la precisione il 52 per cento. Inoltre, il 42 per cento ha un’età media tra 20 e 35 anni, mentre il 31 per cento ha tra i 35 e i 50 anni. Il 55 per cento dei volontari di origine straniera s’impegna in modo continuativo con una media di circa 6 anni di attivismo. A questa categoria appartengono soprattutto disoccupati, studenti e giovani che vivono nella famiglia di origine. I più saltuari, il 28 per cento del campione, hanno un’esperienza che dura circa 3-4 anni. Si tratta soprattutto di casalinghe oppure persone che lavorano in modo occasionale o che hanno un impiego part-time. Per il restante 17 per cento aver trovato lavoro è la ragione per cui ha smesso fare volontariato, ma accetterebbe forme di volontariato “occasionale”.

L’importanza in chiave economica
E il tema del volontariato è stato affrontato anche in un sondaggio dell’Istituto Swg. Nel quesito sottoposto a un campione rappresentativo nazionale di 1000 individui è stato chiesto che peso abbia il volontariato nell’economia di un Paese. Il 65 per cento lo considera molto (19 per cento) o abbastanza (46 per cento) rilevante, contro il 28 per cento che ha risposto poco (23 per cento) o per nulla (5 per cento).

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(Fonte: http://www.swg.it/politicapp)