Si fa presto a dire Reggina…

Reggina è Amore; Amore per la squadra, la maglia, Amore per un senso di appartenenza che da tutte le altre parti è stato prima sottratto e poi fatto a pezzi

Reggina

di Giusva Branca

Si fa presto a dire squadra, si fa presto a dire Reggina.

Ma per chi da sempre è stato abituato, quasi geneticamente, a essere ultimo, a non aspettarsi nulla dal futuro, per un popolo che, nel suo dialetto, non coniuga i tempi al futuro perché la forma futura non c’è, quelle maglie, spesso, spessissimo, sono unico slancio di progettualità, di prospettiva che, come è noto, passa almeno da due punti: il passato e il futuro.

Reggina è Amore; Amore per la squadra, la maglia, Amore per un senso di appartenenza che da tutte le altre parti è stato prima sottratto e poi fatto a pezzi.

Reggina è tornare dallo spareggio per la serie A perso ai rigori a Pescara e dire la prima parola a Lamezia, circa 10 ore dopo: “ma dove cazzo siamo?”

Reggina è andare negli anni 70 a comprare la stoffa per la tua prima, piccola, bandiera.

Ci sono numerosi matrimoni nati all’ombra della Reggina e altrettanti amori folli proibiti, ci sono storie di uomini e donne, ci sono vagoni di straordinaria umanità, ci sono lacrime di quando la vita ti gira le spalle e a te è rimasto solo la Reggina.

E poi c’è tua mamma che non frequenta lo stadio ma sa sempre tutto perché lei sente Rocco (Musolino) alla radio. E…mamma, il rigore per noi non c’era…..non è vero, c’era, lo ha detto Rocco….mamma, io ero a tre metri, Rocco era lassù in tribuna….smettila, lo ha detto Rocco, il rigore c’era e basta!

E poi quante volte in maniera irrazionale, illogica, hai guardato in maniera più dolce tua figlia dopo una vittoria?

E allora la Reggina è Possanzini che ubriaca la difesa del Bologna e ci regala la prima vittoria in serie A tanto quanto il sacchetto delle noccioline sui gradoni freddi e duri della gradinata degli anni 70.

La Reggina è la febbre a 40 a poche ore dallo spareggio col Verona, è la festa di compleanno con il logo sulla torta, è Luca Gallo invitato per le foto con i tifosi, è la leggenda di Elvi Pianca che accarezzava donne e palloni.

E quando sei lontano, lontanissimo da casa, e ci puoi essere col corpo o con l’anima o, peggio, quando i bordi, i contorni del tuo percorso sbiadiscono e una casa dell’anima ti pare di non averla più, ecco che la Reggina diventa il tuo porto sicuro, la tua Ultima Thule, quella che ti ricorda che c’è ancora una strada, c’è sempre una via per una emozione, per un sorriso.

E i sorrisi dei bambini e delle donne felici allo stadio sono un’altra cosa, disegnano un’altra traiettoria, cambiano registro ai sentimenti rispetto a quelli degli uomini.

La Reggina è collezionare tutte le maglie possibili, da quelle della serie A a quelle della D.

La Reggina è dentro di noi, siamo noi tutti. Chiunque ricorda dove eravamo quella volta che non siamo potuti andare in trasferta, chiunque ricorda quale coro della curva avevamo in testa quando ci siamo innamorati o ritrovati dopo anni.

Chiunque sa che sapore aveva la prima volta allo stadio o la prima lacrima che ti arriva in bocca quando nella partita decisiva in casa il silenzio della morte sportiva viene rotto solo dalla “frustata” che il pallone da alla rete mentre, violando la tua porta, si prende un pezzetto di te.

La storia della Reggina è la storia della nostra vita; non si può dismettere come un vestito.

Mai.

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