Smart working, nel nostro Paese il lavoro flessibile fa (ancora) paura

In Italia gli smart worker sono solo l’8 per cento. Ma, seppur lentamente, i dati indicano un trend in crescita. «Il lavoro agile deve passare da una metabolizzazione del sistema sociale economico», dice a Momento Italia il presidente di Confassociazioni. E la differenza potrebbero farla le donne

smart working

Chiamatelo smart working, lavoro agile o telelavoro, quel che è certo è che in Italia lavorare da casa non va molto di moda. I dati relativi all’applicazione della legge 81 del 2017, hanno dimostrato come soltanto 114 aziende delle 314 che hanno fatto richiesta di sgravi fiscali, hanno inserito la misura dello smart working all’interno dei loro contratti. Delle 313 domande accolte, oltre alle società che hanno previsto l’utilizzo del telelavoro, 147 hanno considerato la flessibilità oraria, 100 il part-time, 66 la banca delle ore e 29 aziende la cessione solidale. Ricordando come ogni impresa doveva indicare almeno due misure nella scelta, risulta evidente come la legge, dopo un anno dalla sua entrata in vigore, sia partita a rilento.

Il rapporto dell’Osservatorio sul lavoro agile
Come dimostrato dall’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, nel 2017 il 36 per cento delle grandi aziende ha avviato progetti di lavoro agile, con un aumento di 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Tuttavia, in Italia gli smart worker sono solo l’8 per cento, ossia 300 mila lavoratori. Le cause, oltre a un approccio diffidente da parte delle aziende, sono da ricercare anche tra i lavoratori che temono di poter perdere il proprio posto in seguito a questo “allontanamento”, oppure di veder fondere la propria vita privata con quella lavorativa.

Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio i benefici sarebbero molteplici, andando da un aumento del 15 per cento della produttività a un calo dell’assenteismo, fino a un miglioramento del work-life balance e a una riduzione dell’inquinamento.

Il presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana

Donne e smart working
Si è parlato di smart working anche durante l’ultimo convegno di Confassociazioni dal titolo “Donne 4.0 – La sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working”. Come spiegato durante i vari interventi, nel mondo moderno, sempre più orientato verso il digitale e le nuove tecnologie, sono le donne ad avere le skill migliori. Questo fattore, però, non trova riscontro nei dati dell’occupazione femminile che si attesta al 48,8 per cento rispetto al 65 per cento di quella maschile. E il divario risulta ancora più preoccupante se confrontato con l’occupazione delle donne in Svezia, pari all’80 per cento. Eppure, spiega a Momento Italia il presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana «se si portasse il tasso di occupazione femminile dal 48,8 al 60 per cento, l’Istat stima che ci sarebbe un punto di Pil aggiuntivo all’anno per il Paese: 17 miliardi di euro. Una grande manovra di bilancio solo aumentando i posti a disposizione delle donne».

È qui che il lavoro agile può trovare terreno fertile, perché se è vero che tutti possono avere benefici lavorando da casa, sono le donne quelle che avrebbero maggiori vantaggi. Come riportato nel rapporto di Confassociazioni, chi lavora da remoto è motivato perché risparmia del tempo riuscendo anche a svolgere altre funzioni domestiche.

Inoltre, i tempi di rientro dalla maternità e il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli possono essere ridotti grazie alla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa.

Per questo motivo, ci spiega ancora il presidente Deiana, il successo del lavoro agile non tarderà ad arrivare: «Lo smart working ha un trend di crescita che come tutti i trend di crescita, deve passare da una sorta di metabolizzazione del sistema sociale economico. Certamente darà uno slancio fortissimo soprattutto quando le aziende capiranno che i risultati che ottengono, facendo lavorare le donne da casa, sono molto più alti in termini di produttività. Crediamo che questo sia un fattore di crescita importante».

Anche Tiziano Treu, Presidente del Cnel, tra gli ospiti del convegno di Confassociazioni, è convinto del successo che avrà questa nuova metodologia di lavoro: «Non c’è dubbio che si diffonderà molto – sottolinea –  ma non domani mattina. Ci vuole un po’ di tempo perché le organizzazioni si devono attrezzare. E la testa delle persone. Gli strumenti ci sono, ma bisogna saperli accogliere. Quello è il futuro».

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