Stimo, la tecnica di stimolazione che dà speranza ai paraplegici

Intervista all'italiano Marco Capogrosso, tra i medici impegnati in questa sorprendente ricerca

Tre persone paraplegiche sono tornate a camminare grazie a una nuova tecnica di stimolazione elettrica del midollo spinale che veicola gli impulsi in modo ultra preciso attraverso un impianto senza fili. Stimo (STImulation Movement Overground) è lo studio senza precedenti ideato da alcuni ricercatori del Politecnico federale (Epfl) e dell’Ospedale universitario (Chuv) di Losanna. Una tecnica complessa affiancata da alcuni mesi di riabilitazione, per riacquistare il controllo delle gambe paralizzate.

La sensibilità degli arti si mantiene anche dopo lo spegnimento dello stimolatore, facendo sì che i pazienti possano camminare autonomamente solo con l’aiuto delle stampelle o del deambulatore.

Tra i medici impegnati in questa sorprendente ricerca, c’è anche l’italiano Marco Capogrosso, attualmente Research group leader presso l’Università di Friburgo, che ha spiegato a Momento Italia i risvolti di una scoperta del genere e i traguardi che la scienza può ancora compiere.

Marco Capogrosso, come funziona il progetto Stimo (Stimulation Movement Overground)?
«Il progetto STIMO combina un sistema robotico di supporto del peso con un protocollo di stimolazione elettrica del midollo spinale per consentire ai pazienti di muoversi liberamente stimolando così il cervello a produrre locomozione volontaria che sarebbe altrimenti impossibile».

Marco Capogrosso

Come è nata l’idea?
«L’idea è in realtà l’evoluzione di circa un decennio di ricerche che hanno dimostrato, prima su animali, e poi sui primi pazienti che la stimolazione elettrica del midollo spinale era in grado di “riattivare” i circuiti motori che si trovano al di sotto della lesione. Questi circuiti sono in realtà intatti, ma a causa della lesione non ricevono più i comandi dal cervello. La stimolazione elettrica è in grado di ripristinare parzialmente reali comandi».

Può essere considerata una grande svolta per la ricerca scientifica. Ma come riesce Stimo a superare la paraplegia e far camminare di nuovo?
«Il protocollo che abbiamo sviluppato si differisce da quelli classici perché cerca di riprodurre con la stimolazione elettrica i precisi comandi temporali che il cervello invia ad alcuni circuiti per riprodurre il cammino. In sostanza, essendo una lesione del midollo spinale mai realmente completa, il cervello può riuscire a massimizzare le capacità residue sfruttando le porzioni di tessuto intatte per imparare a “controllare” la stimolazione e per ripristinare parzialmente un controllo volontario del movimento.
Tuttavia non mi spingerei a dire che STIMO “superi la paraplegia”. Mentre è vero che per la prima volta si è osservata la capacità di tornare a controllare i muscoli delle gambe paralizzati da diversi anni. Quello che mi sento di dire con certezza è che siamo sulla strada giusta, ma non abbiamo ancora vinto la guerra contro la paralisi motoria».

Questo meccanismo può essere applicato anche per altri tipi di patologie?
«Stiamo studiando, su animali, la possibilità di applicare questa strategia anche ad altri disordini del movimento quali la malattia di Parkinson e l’Ictus cerebrale».

C’è la possibilità di migliorarne ancora efficacia e risultati?
«Certamente, come dicevo, non siamo che all’inizio. Ad esempio la combinazione della nostra tecnologia con impianti di cellule staminali, oppure con molecole che stimolino la rigenerazione delle fibre neurali attraverso la lesione, potrebbe davvero fornire una combinazione sinergistica degli effetti senza precedenti».  

Perché la scelta di una tecnologia come quella wireless?
«Per il semplice motivo che il cammino è per sua natura un movimento libero dunque era necessario accedere allo stimolatore elettrico impiantato senza alcun cavo che legasse il paziente ai nostri computer ma lo lasciasse libero di muoversi».

State lavorando ad altri progetti che prevedono un connubio tecnologia-scienza?
«Sì, io personalmente mi sto occupando di adattare questa tecnologia per il recupero delle abilità motorie del braccio e della mano in pazienti che hanno lesioni del midollo spinale cervicale e dunque non in grado di muovere né le gambe né le braccia.
In questo tipo di pazienti un recupero funzionale anche minimo della capacità di controllare mani e braccia consentirebbe enormi miglioramenti della qualità della vita. Tuttavia il controllo delle mani è squisitamente sofisticato, e molto più complesso della locomozione. Per questo motivo non siamo ancora arrivati al punto da poter effettuare un clinical trial su uomo e siamo ancora studiando i meccanismi su modelli animali».

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