Strage via D’Amelio: “Mio fratello tradito da Stato”  

(di Rossana Lo Castro) Ventidue anni. Quando il tritolo di Cosa nostra smembrò il suo corpo insieme a quelli del giudice Paolo Borsellino e dei colleghi della scorta Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli era poco più che un ragazzo. A Palermo era arrivato dopo il concorso a Foggia e all’appuntamento con la morte in via D’Amelio dopo qualche servizio da piantone e qualche vigilanza. Pensava al matrimonio Vincenzo, un sogno di futuro da costruire con la sua Vittoria a cui occorreva lavorare mettendo qualche risparmio da parte. Quello con la Polizia era stato un amore a prima vista. “Si era innamorato della divisa, aveva un grande senso di giustizia ed era affascinato da questo mondo. Era felice e fiero del suo lavoro”, ricorda la sorella, Sabrina Li Muli, con l’Adnkronos. 

Dopo la strage di Capaci, costata la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta, però, qualcosa era cambiato. In quei 57 giorni che lo separavano dalla morte Vincenzo era diventato pensieroso. “Non ci aveva mai detto che faceva la scorta a Borsellino – dice Sabrina -. Ma nell’ultimo periodo non era sereno, passava le notti insonni e a mia sorella, più piccola di lui di due anni, aveva chiesto di pregare insieme la sera. Solo dopo, mettendo insieme tutti questi tasselli, abbiamo compreso quello che stava vivendo”. Non si era confidato Vincenzo. Con la paura, forse, aveva imparato con convivere nonostante la sua giovane età. In caserma il servizio di scorta a Borsellino era segnato con una croce. “Tutti sapevano che era il più pericoloso in quel momento”, dice la sorella.  

La mattina di quel maledetto 19 luglio 1992 quando Sabrina andò a trovare la madre, Vincenzo dormiva: il turno iniziava alle 13. La notizia della tragedia lei l’ha appresa dalla tv. “Nessuno ci ha chiamato – ricorda – Ero a casa con mio figlio di tre anni, mio marito, poliziotto, era in servizio”. Quando arriva la telefonata del cognato, Sabrina è sorpresa. “‘Tuo fratello che turno fa?’, mi chiede e io d’istinto rispondo ’13-19′. Allora mi dice di accendere la televisione”. Le immagini trasmesse dall’edizione straordinaria del telegiornale la lasciano senza parole. “Ero attonita, non potevo credere che mio fratello fosse là”. La doccia fredda arriva quando il giornalista pronuncia il nome delle vittime della strage. C’era anche quello di suo fratello. “E’ stato terribile, ho urlato, ero disperata. Ho provato un dolore enorme, ho pensato ai miei genitori”.  

Il tritolo di Cosa nostra aveva spento il sorriso di Vincenzo. “Nonostante i 22 anni aveva una grande maturità e un profondo senso del dovere – dice oggi Sabrina -, ma di lui ricordo soprattutto la sua dolcezza, i suoi abbracci. Tenerissimi”. Oggi a distanza di 27 anni, mentre processi e sentenze tentano di squarciare il velo su depistaggi e omissioni e consegnare una verità giudiziaria su quella strage, Sabrina Li Muli non nasconde la sua rabbia. “Una grandissima rabbia”, scandisce. “Mio fratello si fidava ciecamente dello Stato e sapere che proprio lo
Stato lo ha tradito, che non ha fatto nulla per arrivare alla verità e che ancora oggi questo viene permesso, mi provoca una sensazione di sconcerto”. Di più. “Da 27 anni mi sento presa in giro”. Da allora ogni anno, il 19 luglio, lei e i suoi genitori partecipano alla cerimonia per i caduti al reparto Scorte della caserma Lungaro, a Palermo. “Sentiamo molto vicini il questore e il capo della Polizia”, dice, aggiungendo subito dopo: “Però, provo ogni volta un profondo fastidio nel dover stringere le mani ai politici, a loro non credo più”. In via D’Amelio per Sabrina Li Muli arrivano per la “loro passerella”, perché poi “andati via dimenticano tutto”.  

La voglia di lottare per ottenere giustizia lei, però, non l’ha persa. “Perché i ragazzi devono poter avere un futuro, perché lo Stato non è tutto marcio, perché mio fratello, gli altri ragazzi della scorta e il giudice Borsellino in quel cambiamento hanno creduto fino alla fine”. Si arriverà mai alla verità? “Spero di sì, me lo auguro per la loro memoria perché altrimenti li avranno uccisi due volte”, dice. Un traguardo, però, sempre più difficile da raggiungere perché “i testimoni di quei giorni a poco a poco non ci sono più. Perché le coscienze dei colpevoli, di chi sa cosa è successo e ha taciuto in tutti questi anni, restano silenziose. Mi auguro con tutto il mio cuore che si possa arrivare finalmente alla verità però, davvero, oggi non ne sono più così certa”.  

(Fonte: Adnkronos)

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