Super8, la vita delle famiglie italiane dalla pellicola al digitale

In Piemonte, da 11 anni, è attivo il progetto che si occupa di conservare i ricordi su pellicola per tramandarli alle nuove generazioni

Preservare la memoria delle famiglie attraverso le immagini. Si potrebbe sintetizzare così l’attività dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema che, con il progetto culturale “Superottimisti”, un archivio di film di famiglia, dal 2007 si occupa di raccogliere e tradurre in formato digitale filmati amatoriali realizzati su pellicola da privati cittadini. Il nome del progetto nasce da un gioco di parole tra il formato super8 e l’ottimismo. Come ci spiega il responsabile dell’archivio, Giulio Pedretti: «L’archivio nasce a Torino in un momento in cui in Italia si iniziava a parlare di cinema di famiglia. Da poco era nato l’archivio nazionale a Bologna, Home Movies, e grazie alla loro collaborazione abbiamo poi iniziato un’esperienza regionale».

In cosa consiste il vostro lavoro?
«L’archivio si occupa di raccogliere da privati cittadini pellicole amatoriali in formato ridotto, quindi si tratta di filmini privati che però devono essere in pellicola. Parliamo di materiali che vanno dagli anni ’20 fino alla fine degli anni ’70. La grossa discriminante è che questi filmati devono essere stati realizzati da amatori, quindi non da professionisti e devono raccontare la vita delle famiglie della regione Piemonte.
In realtà poi abbiamo immagini di tutti i continenti tranne l’Antartide, perché ovviamente i cineamatori viaggiavano ed era la loro curiosità che poi riportava anche momenti di vita quotidiana in giro per il mondo. Ad esempio abbiamo immagini della Cina degli anni ’30 di un lavoratore torinese che era andato a lavorare in Cina durante la dominazione giapponese. In Italia c’era il regime fascista e grazie a una collaborazione lui era andato a lavorare lì, si era comprato una cinepresa 8 mm e con quella ha ripreso la vita quotidiana della Cina degli anni ’30, che è un materiale storico di valore inestimabile, anche perché la qualità è altissima.
Raccogliamo le immagini attraverso dei progetti di raccolta. Le persone ci portano i materiali, noi le digitalizziamo e una copia la restituiamo gratuitamente ai cineamatori. In cambio chiediamo di poter tenere una copia del materiale digitalizzato in archivio, mentre per i materiali originali diamo tre possibilità: la prima è quella della restituzione, quindi i donatori possono chiederci indietro i materiali originali, noi chiediamo solo di poter mettere un numero di codice sopra la bobina, oppure c’è il deposito e noi conserviamo tutte le pellicole presso la cineteca del Museo Nazionale del cinema, oppure le persone che non sanno più cosa farsene ce le donano cedendo anche la proprietà dei materiali originali. Una volta che noi abbiamo questi file c’è tutto un lavoro di catalogazione e archiviazione, per renderli consultabili».

Chi può accedere ai contenuti e in che modo?
«I materiali sono accessibili da parte di appassionati, piuttosto che studenti o professionisti. Tuttavia, in questo specifico momento c’è bisogno del nostro filtro di lettura perché non esiste un’interfaccia che possa permettere agli utenti di navigare autonomamente l’archivio. Proprio per questo motivo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding, attiva proprio in questi mesi sulla piattaforma “Produzioni dal basso”, per realizzare un sito che restituisce il database di tutto l’archivio come ad esempio può essere quello dell’Istituto Luce, dove all’interno si potranno esplorare tutti i contenuti divisi per argomenti, anni e luoghi».

Perché il crowdfunding?
«L’archivio vive attraverso la realizzazione di progetti e attraverso finanziamenti di tipo pubblico o di tipo privato, per cui o fondazioni bancarie oppure enti locali, ed essendo all’interno di un’associazione per la maggior parte delle persone si tratta di lavoro principalmente volontario. Nonostante questo siamo tutti comunque professionisti del settore. La scelta del crowdfunding è venuta per due ragioni: la prima è che la campagna, di per sé, ha lo scopo di raccogliere i fondi ma soprattutto quello di far conoscere ulteriormente l’archivio, quindi si tratta anche di una campagna di comunicazione; l’altro motivo è che poiché il nostro obiettivo è mettere a disposizione di chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo le informazioni presenti sul sito, il crowdfunding ci sembrava la formula appropriata per poter coinvolgere il nostro pubblico e renderlo partecipe di questo progetto».

Come campagna di comunicazione avete pensato anche ai social?
«Sì, la campagna si chiama “Io sono superottimista”. pensato anche a questa formula chiedendo alle persone non solo di donare attraverso la piattaforma di crowdfunding, ma anche di inviarci una foto con questa scritta che poi noi postiamo o condividiamo sui social dell’associazione. Questo è un discorso più ampio rispetto a un’atmosfera, che ultimamente pervade i social, che è molto negativa. Si parla molto dell’odio attraverso i social e ci sembrava un buon modo per riaffermare una positività attraverso questo genere di comunicazione».

Pensate di “esportare” il vostro progetto in altre regioni?
«L’anno scorso il ministero della Cultura attraverso l’Icar (Istituto centrale per gli archivi) ha realizzato un censimento delle realtà che si occupano di cinema di famiglia e fondamentalmente in quasi tutte le regioni esiste una realtà simile alla nostra, per cui l’idea non è tanto quella di esportare “Superottimisti”, ma di collaborare con le altre realtà in modo tale da creare una rete tra gli archivi che si occupano di questi materiali».

Una delle vostre prossime iniziative?
«Il 20 ottobre durante l’”Home movie day”, cioè la giornata mondiale del cinema di famiglia che il Center of movie americano organizza da una ventina d’anni, presenteremo un documentario che si chiama “1968 mm”, coproduzione italo-tedesca, che racconta il 1968 in Europa solo attraverso il cinema di famiglia».

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