Test d’ingresso a Medicina, abolizione sì o no? La legge è già pronta

In Parlamento è già stato depositato un disegno di legge (a firma M5S) dalle idee molto chiare: nuove regole sul numero chiuso e modello "alla francese" per l'area sanitaria. Ecco cos'altro prevede il progetto "pentastellato"

test ingresso

Migliaia di futuri studenti universitari, o aspiranti tali, avranno esultato alla notizia che annunciava l’abolizione dei test d’ingresso per Medicina e Odontoiatria: una delle facoltà più ambite e, proprio per questo, con una forte selezione in entrata (quest’anno solo 1 candidato su 6 è riuscito nell’intento). È bastato il comunicato stampa di Palazzo Chigi sui contenuti della prima Legge di Bilancio del Governo Lega-M5S per scatenare l’entusiasmo: uno dei punti del disegno di legge, infatti, prevede proprio l’eliminazione del numero chiuso «nelle facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di accedere agli studi».

Via i quiz ma non subito
In realtà le cose non stanno esattamente così, almeno nell’immediato. Una nota del ministero dell’Istruzione ha subito chiarito che si tratta di un obiettivo di medio/lungo periodo e che, per il momento, s’inizierà con l’aumentare i posti nei vari atenei d’Italia per poi valutare la fattibilità della totale abolizione. Perché, effettivamente, il ministro Bussetti non ha mai nascosto che vorrebbe rivedere il sistema di accesso all’università. Non c’è dubbio, quindi, che il tema sia di stretta attualità. Non solo per Medicina e Odontoiatria ma anche per tutte quelle facoltà che oggi prevedono (per legge) un limite alle immatricolazioni su scala nazionale: Architettura, Veterinaria, Scienze della formazione, le professioni sanitarie.

La proposta di legge del Movimento 5 Stelle
Non è un caso che, ancora prima della legge di Bilancio, i vari partiti – sia di maggioranza sia d’opposizione – abbiano iniziato a depositare in Parlamento alcuni progetti di legge per abolire (in tutto o in parte) i test d’ingresso. Filosofie diverse per superare lo schema di selezione vigente (disciplinato dalla legge n.264/1999). Il più strutturato – l’unico che riscrive, in 9 articoli, l’accesso programmato – è stato avanzato dal gruppo M5S alla Camera (primo firmatario il deputato D’Uva). Una proposta che, pur mantenendo in piedi le prove d’accesso, cambia l’ordine dei criteri per individuare i posti da mettere a bando ogni anno: a prevalere sarà il fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo; quello che, oggi, è solo un parametro secondario rispetto alla valutazione dell’offerta potenziale del sistema universitario (proporzione tra immatricolati e docenti, capienza delle strutture, ecc., che secondo il nuovo assetto servirebbe invece solo a ripartire i posti fra le varie università).

Verso il modello “alla francese”
Una modifica – già in discussione in Commissione Cultura – che sembra fatta su misura per le facoltà dell’area sanitaria. Le conferme non tardano ad arrivare; basta leggere il resto del testo. Perché la vera rivoluzione riguarda proprio queste discipline: per Medicina e Chirurgia, Odontoiatria, Veterinaria, per le Professioni sanitarie la programmazione si riferisce all’ammissione al secondo anno di corso. Tradotto: il primo anno è ad accesso libero. Si tratta del cosiddetto modello “alla francese”. Nel paese transalpino, infatti, per molte discipline lo sbarramento avviene solo dopo avere dato tempo ai ragazzi – in genere un anno – di dimostrare l’effettiva predisposizione a proseguire il percorso prescelto. Se la legge dovesse essere approvata anche in Italia avverrebbe lo stesso.

La selezione solo dopo il primo anno di corso
In che modo? Attraverso l’istituzione di un primo anno comune (tutti gli iscritti dell’area sanitaria studierebbero le stesse materie) dopodiché, solo chi avrà superato tutti gli esami previsti per il primo anno, potrà sostenere una prova di verifica (unica per tutti i corsi e dal contenuto identico sull’intero territorio nazionale) per aver il via libera a iscriversi alla facoltà preferita. Due i tentativi a disposizione per superarlo ma, in caso di doppio fallimento, i crediti conseguiti durante i 12 mesi precedenti potranno essere utilizzati per avere uno “sconto” sugli esami previsti dagli altri corsi di area scientifica “aperti”. Una sorta di “piano b” suggerito dalla legge. Per le altre facoltà a numero chiuso, invece, rimarrebbe tutto invariato (salvo pensare a quiz più coerenti con il percorso di studi futuro). A questo punto, tutto sembra pronto per la rivoluzione dei test.

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