Tumore ovarico, aumentano i casi ma migliorano le diagnosi

Intervista a Maurizio D’Incalci, capo del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano

tumore

Il tumore all’ovaio è una patologia insidiosa anche perché 8 volte su 10 viene diagnosticata in fase avanzata. Il numero di donne colpite cresce: per il 2018 sono attesi 5.200 nuovi casi e si registra un aumento del 7 per cento dal 2013 ad oggi.

E’ questo uno dei tanti aspetti di cui abbiamo parlato con Maurizio D’Incalci, capo del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Dottor D’Incalci quali sono, secondo lei, le cause di questi numeri in aumento?
«Diciamo che la crescita di queste patologie non è reale, il vero elemento che muta i numeri è dato dalle diagnosi che diventano più precise e di conseguenza cresce il numero dei casi proprio per indagini e diagnosi migliori. Vero è che alla base c’è lo stile di vita: le gravidanze, ad esempio, riducono le probabilità di avere tumori ovarici; il fatto che in Italia si fanno meno bambini, può essere considerata una causa dell’ampliarsi di tale patologia tra le donne».

Ci sono regole per una buona prevenzione?
«Non ci sono esami semplici che ci permettono di capire l’insorgenza del tumore e i sintomi della malattia non sono specifici del tumore ovarico, ma sono sintomi comunemente riscontrabili in donne in età avanzata. Esiste però la possibilità di capire se ci sia una predisposizione famigliare di tipo genetico. E’ noto infatti che mutazioni dei geni BRCA aumentano la probabilità di essere colpiti da un cancro ovarico o alla mammella. Nel momento in cui si individua la famiglia con mutazione, è più giustificato porre in essere indagini complesse fino all’operazione chirurgica ove necessario ai fini della prevenzione. Un aspetto messo in rilievo dalla ricerca degli ultimi anni è che una grande frazione di tumori ovarici maligni in realtà non deriva dall’ovaio, ma dalla tuba uterina e questo ha suggerito la possibilità che in donne che hanno predisposizione al tumore ovarico per la presenza di mutazioni BRCA si può attuare la rimozione delle tube senza rimuovere l’ovaio che è comunque un organo importante per la sua funzione ormonale. Quanto questo tipo di intervento sia efficace nel ridurre i rischi di ammalarsi di tumore maligno dell’ovaio richiede comunque ulteriori ricerche».

Quali i mezzi a disposizione del Dipartimento di Oncologia del Mario Negri per prevenire e curare il tumore ovarico?
«Da 30 anni nel nostro Istituto abbiamo attivato il progetto della Biobanca del carcinoma ovarico. Al suo interno raccogliamo biopsie di tumori ovarici da pazienti che vengono seguite nel tempo per la loro terapia ed il follow up per capire quali siano le caratteristiche molecolari che determinano la sensibilità alle terapie e la sopravvivenza delle pazienti. Inoltre abbiamo sviluppato moltissimi modelli sperimentali di tumore ovarico: da tumori operati, si ottengono cellule tumorali che crescono trapiantate in topi immunodeficienti. Una sorta di “ricostruzione umana” del tumore che ci permette di realizzare nuovi farmaci e marcatori. Con l’impiego di questi modelli alcuni anni fa abbiamo identificato per primi trabectedina come un farmaco potenzialmente attivo per la terapia del carcinoma dell’ovaio e poi successive sperimentazioni cliniche hanno confermato l’efficacia di questo farmaco. Attualmente siamo interessati a studiare gli inibitori dell’enzima PARP attivi in casi di alterazioni molecolari che riguardano la riparazione del DNA. E’ una classe di farmaci che pare in grado di migliorare il controllo della malattia con una terapia di mantenimento che segue al trattamento tradizionale».

Come la tecnologia negli ultimi anni è venuta incontro alla scienza?
«Sicuramente ha migliorato la diagnostica e lo studio di nuovi farmaci e ha trasformato completamente il nostro modo di fare ricerca nel campo oncologico. Oltre a medici, biologi, farmacologi e chimici emergono nuove figure professionali come quella del bioinformatico che lavorano in team di ricerca multidisciplinare. La figura del bioinformatico risulta fondamentale per analizzare l’enorme quantità di dati che le tecnologie di cui disponiamo ci permettono di ottenere, con il fine ultimo di capire di più le cause e potenziali cure dei tumori».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

sei + 4 =