Vita da artisti: sottopagati, poco tutelati e precari

Una ricerca Scl Cgil racconta le condizioni reali di vita e di lavoro dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese. I numeri non sono incoraggianti ma Unioncamere dimostra che con la cultuta si mangia eccome

«Vita d’artista, vita da cane. Senza una lira per settimane…». Così cantava Sergio Cammariere nel 2002, prima che la partecipazione a Sanremo (nel 2003) gli portasse i dovuti riconoscimenti di pubblico e critica. Sedici anni dopo sono in tanti a ripetere le parole dello chansonnier calabrese, magari mormorandole a mezza bocca mentre bussano alla porta dell’ennesimo teatro proponendo il proprio spettacolo o le borbottano chiudendo in valigia i consumati abiti di scena dopo essersi esibiti alla centesima sagra di paese.

Febbre da palcoscenico
Secondo gli ultimi dati dell’Inps, relativi al 2015, sono circa 137.000 le persone che in Italia lavorano nel settore dello spettacolo dal vivo: più della metà sono attori (54,2 per cento), poco meno di un quinto concertisti e orchestrali (18,9 per cento), seguono i lavoratori nel ballo, figurazione e moda (11,8 per cento) e i cantanti (5,8 per cento).
Ma chi sono? Quanti anni hanno? Quanto guadagnano e, soprattutto, come vivono queste persone?

Il lavoro nobilita l’uomo (ma non le sue tasche)
A scattare una fotografia puntuale del settore è il sindacato lavoratori della comunicazione Cgil con la ricerca “Vita da artista”,  il primo studio nazionale che racconta le condizioni reali di vita e di lavoro dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese. Quello che viene fuori è che «la stragrande maggioranza di chi produce lavoro culturale in Italia è povero», sottolinea la segretaria nazionale del Scl Cgil, Emanuela Bizi.

“Ma viva l’Italia, paese dell’arte. Viva i suoi artisti tenuti in disparte. Fuori dal mondo per settimane. Schiavi del cuore e di un pezzo di pane” (s.cammariere)

Redditi bassi, lavoro intermittente, scarse garanzie contrattuali
I numeri lo mettono nero su bianco: i lavoratori nello spettacolo dal vivo in Italia sono giovani (il 71 per cento ha meno di 45 anni), poco pagati (la media di retribuzione annuale è di poco più di 5.000 euro), precari (l’80 per cento ha contratti temporanei, il 10 per cento contratti stagionali e solo il restante 10 una posizione stabile) e poco tutelati (solo il 17 per cento è iscritto ad associazioni sindacali).

Per il 55 per cento sono uomini e per il 45 donne, che vengono retribuite meno in ogni settore. Sono concentrati soprattutto nelle grandi città che offrono maggiori opportunità di lavoro: Roma (22,8 per cento), Milano (12,3 per cento), Torino (6,7 per cento), Napoli (5,1 per cento).

Nel complesso, la maggior parte lavora al Nord (44,3 per cento), il 33,4 per cento al Centro, il 21,7 per cento al Sud o nelle Isole. I ballerini sono quelli che guadagnano meno (il 90,5 per cento percepisce meno di 10.000 euro all’anno), seguono i musicisti (l’80,8 per cento di loro) e gli attori (78,4 per cento), mentre i redditi leggermente migliori si registrano tra gli autori, registi, drammaturghi e scenografi (64,8 per cento).
Una condizione che porta più del 40 per cento degli artisti a svolgere anche un altro lavoro al di fuori dell’ambito dello spettacolo dal vivo, spesso in settori molto lontani dal proprio (ristorazione, commercio, ricerca, servizi sanitari e sociali, cura della persona, etc.).

Paese d’arte ma non per artisti
«Gli artisti in Italia per poter lavorare devono essere disposti ad accettare qualsiasi condizione gli venga proposta», conclude lapidario lo studio. E non potrebbe essere altrimenti se il quadro che viene fuori  è quello di un settore fortemente precario ma formato da persone altamente  qualificate (metà dei quasi 4.000 intervistati dalla ricerca ha il diploma o una qualifica professionale mentre l’altra metà ha un titolo universitario o superiore).

Pane e cultura, si può
E’ vero allora che con la cultura non si mangia? Non proprio perché secondo il Rapporto 2018 “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere, quello culturale  è uno dei motori trainanti dell’economia italiana. «Il sistema produttivo culturale e creativo, fatto da imprese, Pa e no profit, genera più di 92 miliardi di euro e “attiva” altri settori dell’economia, arrivando a muovere 255,5 miliardi, equivalenti al 16,6 per cento del valore aggiunto nazionale». Lazio e Lombardia le regioni che producono più ricchezza nel settore.
Una ricchezza che andrebbe quindi valorizzata nel nome del made in Italy.

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