Vittime di violenza, quanto servono gli sgravi per le assunzioni previsti dal governo?

Intervista a Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna: «La violenza maschile contro le donne è sistemica e quindi necessita di programmi, piani di azione e non di azioni spot, d’emergenza»

Differenza Donna è un’ organizzazione di donne fondata nel 1989. Gestisce a Roma 2 centri antiviolenza con casa rifugio più un centro antitratta che ospita donne migranti sopravvissute alla tratta. Gestisce un altro Centro Antiviolenza in provincia di Salerno. Sono 1.500 le donne che ogni anno si rivolgono all’Associazione per uscire da una situazione di violenza. L’87 per cento di loro subisce maltrattamenti in famiglia. Dalla gestione del primo Centro antiviolenza nel 1992 ad oggi, l’Associazione ha sostenuto 25.000 donne e 58.000 tra donne e bambini. Alla presidente, Elisa Ercoli, abbiamo chiesto un commento sul decreto adottato dal governo che prevede delle agevolazioni contributive per l’assunzione di donne vittime di violenza di genere.

Il provvedimento del governo può aiutare la lotta contro la violenza di genere?
«La violenza maschile contro le donne è l’apice delle discriminazioni agite a livello globale e trasversale contro le donne, motivo per cui facilitare l’accesso nel mondo del lavoro è sicuramente un elemento fondamentale di empowerment delle donne e della loro autonomia economica. In realtà sono ormai molti anni che sappiamo che la violenza maschile contro le donne è sistemica e quindi necessita di programmi, piani di azione e non di azioni spot, d’emergenza. Solo con politiche di lungo periodo sarà possibile, negli anni, un cambiamento radicale nella cultura delle società, nei meccanismi della partecipazione, nell’accesso ai diritti e alle libertà. Posto questo, tutto ciò che arriva lo usiamo al massimo per rendere meno faticoso il percorso di fuoriuscita dalla violenza maschile».

La presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli

Nella vostra esperienza le denunce di molestie e violenza sono aumentate?
«Nella nostra esperienza e nei dati Istat la violenza maschile non è aumentata. Le molestie hanno avuto una maggiore visibilità grazie alle denunce pubbliche delle donne, sino al fenomeno del me too che ha avuto una portata globale, dagli Usa all’Italia ad altri continenti ancora. La violenza è denunciata dalle donne dopo una media di 3 anni quando invece qualche anno fa questa media era di 7 anni di maltrattamento. Questo è dovuto a diversi motivi: più alta consapevolezza, maggiore accessibilità di luoghi specializzati a sostegno delle donne in uscita dalla violenza come i Centri antiviolenza e le Case Rifugio, ma ahimè anche più diffuse violenze efferate da parte dei maltrattanti che arrivano in meno tempo ad una escalation tale da mettere le donne e i loro figli in situazioni di grave pericolo per la loro vita. Quindi le violenze non sono aumentate ma sono più gravi, dannose, lesive sino al rischio di vita. Questo dato lo vediamo confermato anche dall’alto numero di feminicidi in Italia, il più alto dato d’Europa. Nel 2017, 113 femminicidi in Italia e nel 2018 c’è un aumento».

Cosa serve ancora per combattere il fenomeno della violenza sulle donne?
«Prima di tutto serve un grande cambiamento culturale che sia in grado di modificare abitudini, modi di pensare, di impostare le relazioni. Servono programmi che facilitino un cambiamento nella divisione dei lavori di cura oggi ancora quasi interamente di responsabilità delle donne, nell’azzerare il gap salariale tra uomini e donne, che vede ancora le donne in Italia con un gap più alto rispetto alla media europea, che veda le giovani donne libere e liberate da uno sguardo maschile ancora guidato dall’idea di possesso e non di relazione, di controllo e non di relazioni di fiducia, di gelosia e non di rispetto. Serve un cambiamento nell’opinione pubblica, nella società civile, nelle istituzioni che liberi le donne dalla colpevolizzazione della violenza subita e sappia riconoscere la responsabilità degli uomini maltrattanti senza se e senza ma, serve tanta formazione per la rete territoriale: servizi socio-sanitari, tribunali, uffici pubblici, scuole che sappiano portare un indirizzo, una visione che non può che essere che chi compie la violenza è l’unico responsabile e chi la subisce è sostenuto dalla comunità come sempre si deve nel caso di vittime di reato».

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